Campodimele
Un villaggio risparmiato dal tempo

Comune di campodimele
(Provincia di Latina)
Altitudine
m. 647 s.l.m.
Abitanti
776 (350 nel borgo)

Patrono
Sant’Onofrio, 12 giugno
info turismo
Ufficio Turistico Comunale, tel. 0771 598013
Orario: inverno 9-14 – estate 9-14 / 17-20
www.comunedicampodimele.it

Lo spirito del luogo

Il nome

Deriva dal latino Campus Mellis, campo di miele, perché un tempo vi era un’abbondante produzione di miele. Tutti i documenti che parlano del luogo, nelle varie versioni – Campu de Mele, Campo de Melle e Compo di Fiori – fanno riferimento al miele.

 

La storia

VI sec. a.C., Campus Mellis sorge probabilmente sulle rovine di Apiola, antichissima città latina, distrutta da Tarquinio Prisco, quinto re di Roma (579 a.C.); i ruderi di Apiola sono visibili a 6 km dall’attuale centro storico di Campodimele.
VI secolo d.C., con l’arrivo dei Longobardi si ha il primo insediamento fortificato.
VII sec., Campodimele fa parte dei possedimenti del Monastero di Montecassino.
1072, in una donazione del Console di Fondi è citato Campo de Melle. Nel 1087, il Pontefice Vittore III fa scolpire sulla porta di bronzo della basilica di Montecassino l’elenco dei beni di proprietà dell’abbazia.
Nella seconda valva, nel terzo riquadro a sinistra, si legge tuttora: S. ONUFRIUS DE CAMPO DE MELLE.
1212, Riccardo II nomina la chiesa erede di tutti i beni del territorio di Fondi, comprese alcune baronie, tra le quali Campodimele.
1497, Federico D’Aragona conferma alla famiglia Colonna la contea di Fondi con i ducati circostanti, compreso Campodimele.
1534, il pirata algerino Keir-ed-Din detto Barbarossa, tenta di rapire dal castello di Fondi Giulia Gonzaga, giovane sposa di Vespasiano Gonzaga, celebre per la sua bellezza, per portarla in dono al Sultano Solimano II. Giulia, avvertita in tempo del pericolo, fugge e si nasconde nel villaggio di Campodimele.
1591, il feudo passa per via ereditaria a Luigi Carafa Principe di Stigliano.
1647, Campodimele è comprato da donna Maddalena Miroballo e venduto nel 1674 al principe di Stigliano, il più ricco feudatario del Regno di Napoli.
1721, la baronia di Campodimele rientra nella contea di Fondi e negli interessi della famiglia Di Sangro.
1813, Gioacchino Murat concede l’autonomia comunale a Campodimele, che partecipa prima alle vicende della restaurazione borbonica e poi del Risorgimento Italiano.

Il campo del miele, ispirato dal miele e dall’amore portatore di vita, è uno scrigno nascosto dai monti, che giunge alla vista del visitatore solo percorrendo la strada della valle del Liri che collega Avezzano alla via Appia. Un abisso addolcito dal miele: è stata sempre questa la vita di contadini e pastori che, dimenticati su un colle circondato dai monti – quello da cui sta per spiccare il volo l’aquila dello stemma comunale – oggi si prendono una rivincita. Conservano il segreto della longevità, di cui tutti vanno in cerca. Così, in molti si fanno pellegrini verso Campodimele, sorpresi di un paesaggio che, “lontano dalla turbolenza della circolazione stradale, custodisce la pazienza dei luoghi e delle stagioni al ritmo dei lavori della terra”, come ha scritto Georges Drano. Allora questo villaggio risparmiato dal tempo, si ridesta al presente senza perdere i valori delle proprie origini. Rifugio di meditazione e di pace nel tepore del silenzio, cerca nell’arte e nella cultura le motivazioni per andare avanti. Così il futuro è costretto a rallentare la corsa.

Questo borgo sui monti Aurunci, sorto nel cuore di una fitta selva, roccaforte naturale di pastori e boscaioli nell’antichità, si presenta arroccato e con una struttura architettonica circolare e compatta, il cui punto più alto è costituito dal campanile della chiesa parrocchiale. Le abitazioni degradano verso il basso determinando una struttura a forma di cono di cui la cinta muraria costituisce la base. Campodimele si caratterizza per un tessuto urbano tipicamente medioevale, con piazze e slarghi su cui si affacciano abitazioni che mantengono volumi omogenei, non molto alterati dagli interventi della modernità. L’incanto viene alla luce inoltrandosi nelle vie dell’antico villaggio, dove il colore bianco e grigio dei selciati, la forma e i materiali delle facciate danno un senso di pace altrove perduto.
L’antico frantoio, la piazza con l’olmo secolare, il belvedere, la pietra delle case fanno pensare al piccolo e semplice mondo di una volta. La migliore visione del borgo è quella aerea perché fa risaltare la forma circolare dell’impianto medievale con le mura intervallate da dodici torri e un mastio.
La cinta muraria con le torri è tutelata dai Beni Culturali ed ha la caratteristica di essere abitata.
La fortificazione è sorta nel secolo XI come baluardo e punto d’avvistamento della sottostante strada della Valle del Liri.
Il camminamento esterno alle mura offre la visione completa dei monti del pre-Appennino e costituisce una gradevole passeggiata romantica. Il percorso pedonale, dopo i lavori di restauro, è stato non a caso chiamato “via dell’amore”. Percorrendola, si respira un’aria da villaggio di campagna dedito all’agricoltura e alla pastorizia, come ormai non ce ne sono più in Italia.
La parrocchiale dedicata a San Michele Arcangelo, sorta nel sec. XI, è ancora come appare in un affresco del 1580 conservato in Vaticano. Vi si trovano alcuni dipinti di buon valore artistico, tra cui due soggetti religiosi del XV secolo. Oltre ai resti di un pregevole tabernacolo marmoreo della scuola di Tommaso Malvito, artista operante a Napoli tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo, c’e un quadro firmato da Gabriele da Feltre nel 1578.
Antichissimo è il convento dell’anacoreta Sant’Onofrio, costruito nel secolo XI dai Benedettini per volontà dell’abate Desiderio, poi eletto Papa Vittore III nel 1087. Notevole è pure la cappella rurale della Madonna delle Grazie, risalente al XIII secolo e situata a mezza costa, in località Taverna. È tutta in pietra viva e dopo il restauro conservativo è tornata alle sue caratteristiche originarie. Una finestrella dietro l’altare inquadra ad occidente il santuario della Madonna della Civita sul monte omonimo.

Piaceri e Sapori

Passeggiate, trekking, escursioni (sentieri attrezzati nel bosco e in montagna per 25km), tennis, equitazione.

Il territorio comunale è inserito in un habitat naturale quasi incontaminato, nel cuore del Parco Regionale dei Monti Aurunci. Esistono 24 km di sentieri attrezzati sulle montagne, dove si raccomanda in particolare l’escursione sul monte Faggeto (1253 m), uno splendido balcone sul golfo di Gaeta.

Venerdì Santo,
sacra rappresentazione della Passione per le vie del borgo, il venerdì di Pasqua.

“Portico di Onofrio”,
Concorso Nazionale di Poesia, nel mese d’agosto.

Premio Nostra Fauna,
tel. 0771 598013, nei mesi di maggio e giugno. Ad essere premiate sono la capra e la pecora più belle dei Monti Aurunci. Non è uno scherzo: il concorso di bellezza per ovini serve per attirare l’attenzione sulla pregevole qualità delle carni, del latte e dei formaggi degli Aurunci. Capre e pecore in passerella, dunque, sotto gli occhi di una giuria qualificata e di un vasto pubblico.

Sagra della Cicerchia,
in località Taverna, primo sabato d’agosto. Festa in piazza in onore del legume prodotto esclusivamente in paese.
Piatto “povero” della tradizione contadina locale, la cicerchia era un alimento indispensabile per il suo alto valore nutritivo. Molti turisti dopo averla assaggiata desiderano acquistarla, ma la produzione locale è assorbita in massima parte dalla sagra (oltre 500 piatti) e dai ristoranti.

Libri in piazza,
presentazione con gli autori, nel mese d’agosto.

Serate gastronomiche
per la promozione dei prodotti tipici locali nei mesi di luglio e agosto.

Rassegna teatrale,
nei mesi di luglio e agosto. Il teatro all’aperto, recentemente completato, ha mille posti a sedere. Ospita il Festival itinerante del teatro, organizzato da Comune, Pro Loco e Portico d’Onofrio.

Un piatto della tradizione è laina e cicerchie, una pasta fatta in casa con sola farina e acqua, senza aggiunta di uova, condita con le cicerchie cotte con sugo di pomodoro, cipolla, aglio, brodo, e servita con ricotta essiccata di capra. Tutti gli ingredienti devono essere prodotti a Campodimele. La zuppa di cicerchie, piatto semplice e sano, si mangia solo a Campodimele.

I prodotti di un’agricoltura povera, come le gustosissime cicerchie e favette, sembrano essere alla base della longevità degli abitanti di Campodimele, unitamente alla gran qualità di carni e formaggi. Oltre al prodotto simbolo, la cicerchia – una leguminosa apprezzata già in tempi remoti in Medio Oriente – sono ottimi lo scalogno, le lumache del Faggeto, le olive locali, il capretto dei monti Aurunci.