Erice
Il faro di pace del Mediterraneo

ERICE
(Provincia di Trapani)
Altitudine
m. 751 s.l.m.
Abitanti
29.500 (550 nel borgo)

info turismo
Comune, Settore Turismo
tel. 0923 502371 – 502372
tel. 348 6912335
www.comune.erice.tp.it

Lo spirito del luogo

Il nome
Il luogo ha assunto nel tempo nomi diversi. Per i Greci era Eryx, dal nome del gigante con il quale lottò qui il dio Ercole, come racconta Virgilio nell’Eneide. I Fenici lo chiamarono Iruka, gli Arabi Gabel-el-Hamid, i Normanni Monte San Giuliano. Il borgo, riprendendo il suo vecchio nome greco, si chiama Erice dal 1936.

 

La storia
VIII sec. a.C., probabile fondazione da parte degli Elimi, popolazione derivante – secondo lo storico greco Tucidide – dall’unione degli autoctoni con gli esuli troiani.
V sec. a.C., contesa dai Siracusani e dai Cartaginesi, Eryx cade sotto questi ultimi intorno al 398 a.C. diventando il centro della colonizzazione fenicia col nome di Iruka; i Cartaginesi rafforzano la cinta muraria edificata dagli Elimi e fanno di Iruka una delle tre piazzeforti siciliane più rilevanti dal punto di vista militare insieme con Siracusa ed Enna.
244 a.C., con la conquista romana Erice perde la sua importanza strategica; la sua notorietà resta legata soprattutto alla presenza del sacro thémenos, il santuario pagano dedicato alla dea della fecondità e dell’amore, identificata dai Greci con Afrodite, dai Fenici con Astarte e dai Romani chiamata Venere Ericina.
831 d.C., con la conquista araba il luogo è chiamato Gabel-el-Hamid.
XII sec. d.C., i geografi arabi al-Idrisi (1100-1166) e Ibn Jubayr (1145-1217) descrivono la località come una zona ricca d’acque; il borgo che quest’ultimo vede nel 1185 è in realtà l’abitato cristiano ricostruito dal re normanno Ruggero II sull’antico insediamento e chiamato nel 1167 – l’anno in cui fu strappato agli Arabi – Monte San Giuliano, in riferimento a San Giuliano Ospedaliero, protettore di naviganti e viaggiatori.
1241, con un privilegio di Federico II di Svevia, il borgo di Monte San Giuliano è dotato di un territorio demaniale vastissimo e si aggiunge, per la fedeltà alla corona regia, l’appellativo di Excelsa et Fedelissima Civitas; nel XIII sec. è documentata la presenza degli Ebrei, che risiedono in un loro quartiere.
1575, alla fine della pestilenza è edificato il santuario alla Madonna di Custonaci, così detta dalla località campestre in cui è trovata la sua effigie.
1936, Erice assume il nome attuale.

Difficile descrivere in poche righe il fascino di Erice. Il monte su cui sorge è stato, in tempi remoti, sede del culto di una dea della fecondità, adorata col nome di Astarte dai Fenici, che vi costruirono un tempio. Afrodite per i Greci, la dea che dal monte Eryx – punto di riferimento per i naviganti – proteggeva chi andava per mare, era per i Romani la Venere Ericina, deputata anche all’amore. La notte, un grande fuoco acceso nell’area sacra fungeva da faro. La fama di Venere Ericina divenne tale che le fu dedicato un tempio anche a Roma e il suo culto si diffuse in tutto il Mediterraneo.
Ciò che resta oggi dell’antico castello di Venere è opera dei Normanni (XII-XIII secolo) che per la sua costruzione reimpiegarono probabilmente il materiale proveniente dal tempio della Venere Ericina. Il castello era recintato da torri collegate fra loro da due cortine merlate e da un ponte levatoio, lo stesso di cui parlò nel 1185 il geografo arabo Ibn-Jubayr.
Accanto alle torri si trova il Balio, bellissimo giardino all’inglese da dove si gode un panorama che comprende da una parte la costa tirrenica del golfo di Trapani, dalla particolare forma a falce, e il monte Cofano, dietro il quale si intravede la punta di San Vito lo Capo; dall’altra parte il porto di Trapani con le sue saline, le isole Egadi e l’isola di Mozia fino a Mazara del Vallo. Nelle giornate più luminose si scorgono Capo Bon e la costa africana, e i Fenici sembrano ancora vicini.
Incrocio di culture, Erice ospita, poco sotto le tre torri del castello, nella torretta fatta costruire nel 1873 dallo studioso e mecenate conte Agostino Pepoli come rifugio silenzioso per le sue meditazioni, l’Osservatorio permanente di Pace. Erice è dunque tornata ad essere «Faro del Mediterraneo» riscoprendo la sua antica vocazione di bussola per i naviganti.
Il percorso di visita del borgo può iniziare da Porta Trapani, oltre la quale si apre il corso Vittorio Emanuele che porta alla piazza centrale. Lungo il corso, e nelle viuzze intorno, sfilano le facciate barocche dei palazzi e le emergenze principali, dalla chiesa di San Martino, di origine forse normanna e rifatta alla fine del Seicento, all’impianto urbanistico medievale che circonda la chiesa di Sant’Albertino degli Abbati, pure secentesca. Altre chiese da vedere sono quella di San Giuliano, anch’essa di origine normanna (1080) e ristrutturata nel Seicento, e quella di San Cataldo, che custodisce opere del grande scultore siciliano Antonello Gagini e della sua bottega. Le stradine intorno al secentesco monastero di San Carlo, come la via La Russa e la via San Carlo, sono di grande fascino. Al centro del reticolato medievale si trova il complesso di San Pietro con chiesa tardo trecentesca rifatta nel 1745 e monastero. Da via Guarnotti si entra in piazza San Domenico, da dove ci si immette in via Cordici per raggiungere piazza Umberto, su cui si affacciano il Municipio, la Biblioteca Comunale e il Museo Antonio Cordici.
Costeggiando il retro di palazzi del Sei-Settecento si arriva alla chiesa Madre, che sta di fronte alle mura ciclopiche del periodo elimo-fenicio (VIII-VII sec. a.C.). Eretta nel 1314 per volere del re Federico d’Aragona che si rifugiò a Erice durante la guerra del Vespro, presenta un campanile quadrangolare con bifore che aveva funzione di torre di avvistamento, le originarie forme gotiche all’esterno e, nella parete destra, nove croci provenienti, secondo la tradizione, dal tempio di Venere.
Merita infine un cenno il quartiere spagnolo, sorto nel XVII secolo, quando con la dominazione spagnola in Sicilia vigeva l’obbligo per tutte le città di offrire gratuitamente vitto e alloggio ai soldati della guarnigione. Gli abitanti di Erice ottennero dal governo del viceré di costruire a proprie spese un fortino, dietro la chiesa di Sant’Antonio, in cui ospitare i militari. I lavori per la costruzione del Quartiere Spagnolo furono interrotti nel 1632 e mai più ripresi. I soldati spagnoli furono accolti nel castello normanno.

Piaceri e Sapori

Polo Museale Antonio Cordici: istituito nel 1876 e oggi collocato presso l’ex convento dei Frati Minori Francescani, raccoglie reperti archeologici, sculture e altre opere d’arte appartenuti a collezioni private. Tra i pezzi forti, l’Annunciazione di Antonello Gagini (1525) e una “testina di Venere” nella sezione archeologica.

 

Tipici di Erice sono i dolcetti “di riposto”, ripieni di conserva di cedro, cesellati dalle artigiane pasticcere che si tramandano la ricetta appresa dalle suore del convento di clausura di San Carlo. E ancora i mostaccioli, le paste volanti, i biscotti al latte fanno bella mostra di sé nelle pasticcerie per il piacere degli occhi e del palato.

L’olio extravergine d’oliva certificato dalla Denominazione di origine protetta (Dop) Valli Trapanesi e i vini a Denominazione di origine controllata (Doc) ricavati da vitigni autoctoni dell’area collinare circostante quali Grillo, Inzolia, Catarratto, accompagnano i piatti saporiti della cucina ericina e trapanese.