Santo Stefano di Sessanio
Il nido d’aquila del Gran Sasso 

 

Comune di santo stefano di sessanio
(Provincia de L’Aquila)
Altitudine
m. 1251 s.l.m.
Abitanti
128

Patrono
Santo Stefano, 3 agosto
info turismo
Comune, tel. 0862 89203 – fax 0862 89662
Punto Informazione Pro Loco e Parco Nazionale del Gran Sasso
e dei Monti della Laga, stessi recapiti del Comune
www.comunesantostefanodisessanio.aq.it

Lo spirito del luogo

Il nome

La tesi più accreditata è che il nome Sessanio derivi da una corruzione di Sextantio, piccolo insediamento romano situato nei pressi dell’attuale abitato, probabilmente distante sei miglia da un più importante pagus (villaggio) romano.

 

La storia

Età romana, la ricostruzione dell’antica rete viaria evidenzia che la distanza tra Sextantio e il Piano di Marco è di circa 8,6 chilometri pari a sei miglia romane. Dunque Sextantio (sei) farebbe riferimento al pagus di Marco, quello di maggior rilievo sull’altipiano aquilano. Con la caduta dell’impero romano si ebbe un progressivo decadimento del sistema insediativo e sociale.
760, le prime notizie documentate relative ai territori circostanti riguardano la donazione di Carapelle al monastero di Vincenzo al Volturno da parte del re longobardo Desiderio. La storia di Santo Stefano è quindi collegata con quella di queste due località, almeno fino all’XI secolo. L’opera capillare degli ordini monastici determina un aumento delle terre coltivabili, il ripopolamento delle campagne anche ad alte quote, nonché la nascita e il consolidamento di borghi fortificati, tanto più sicuri quanto più in posizione elevata.
1308, si hanno le prime notizie certe dell’esistenza del borgo fortificato di Santo Stefano di Sessanio. Tra fine XIII e inizio XIV secolo si assiste alla formazione del vasto dominio feudale della Baronia di Carapelle, comprendente, tra gli altri il territorio di Santo Stefano che ricopre un’importante funzione strategica come primo centro della Baronia confinante con il Contado aquilano a controllo del percorso proveniente da Barisciano.
1474, sotto gli Aragonesi, l’abolizione della tassa sugli animali e il riordino dei pascoli di Puglia consentono un forte sviluppo della pastorizia e della transumanza al punto che in quell’anno Santo Stefano, Calascio, Rocca Calascio e Carapelle hanno nella dogana di Puglia ben 94.070 pecore.
1579, Costanza, figlia unica di Innico Piccolomini, cede la Baronia di Carapelle a Francesco de’ Medici Granduca di Toscana. Ai Medici queste terre apparterranno fino al 1743.
In questo periodo Santo Stefano raggiunge il massimo splendore come base operativa della Signoria di Firenze per il fiorente commercio della lana “carfagna”, qui prodotta e poi lavorata in Toscana e venduta in tutta Europa.
1810, dopo il passaggio al Re di Napoli, il territorio della Baronia è diviso in cinque comuni, tra cui quello di Santo Stefano. Con l’unità d’Italia e la privatizzazione delle terre del Tavoliere delle Puglie termina l’attività millenaria della transumanza e inizia un processo di decadenza del borgo che vede fortemente ridotta la popolazione a causa del fenomeno dell’emigrazione.

Le porte dischiuse nell’ombra, i balconcini dove si affacciavano dame d’indole fiorentina, le bifore aggraziate, i portalini teneramente scolpiti, i dolci canti materni di questa terra segreta e concreta, e, alla fontana, l’acqua dura delle vette: il borgo di Santo Stefano di Sessanio, abbandonato su questo Tibet d’Abruzzo come fosse un relitto dei tempi, è il gioiello del Gran Sasso, consegnato da mani ruvide di pastori alla nostra capacità di accudire i piccoli medioevi di montagna. Sembrava non ci fosse più speranza di risorgimento per luoghi come questo, dopo che la carrozza dell’ultimo barone aveva ridisceso le montagne portandosi dietro vassalli, panni di lana carfagna e rovine. L’emigrazione aveva dato il colpo di grazia: sparite le rotte delle antiche transumanze, che fare quassù? Oggi invece molti sono tentati di riattizzare la cenere che cova sotto la distrazione della modernità. Perché questo è un posto magico, gotico, dove ritrovare se stessi nella pura ebbrezza di un paesaggio inviolato.

Il borgo di Santo Stefano di Sessanio è, tra i monumenti dell’uomo, forse il più suggestivo dell’intero Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga. È un paese completamente costruito in pietra calcarea bianca, il cui candore è stato reso opaco dal tempo. Le coperture dei fabbricati realizzate esclusivamente con coppi offrono un’armonica visione d’insieme a chi lo osserva dall’alto della torre medicea. Il borgo è considerato tra i più belli d’Abruzzo per gli integri valori ambientali, per il decoro architettonico e per l’omogeneità stilistica. Le strade che lo attraversano, da percorrere rigorosamente a piedi, si presentano in ricchissima varietà, dall’erta scalinata che costeggia la chiesa di Maria in Ruvo (XIII-XIV secolo), ai tortuosi selciati che si insinuano tra le abitazioni e conducono alla torre, al lungo percorso ricavato sotto le case per proteggerle dalla neve e dai gelidi venti invernali.
Appartengono al dominio dei Medici i loggiati dalla linea elegante, i portali disposti ad arco con formelle fiorite, le finestre in pietra finemente lavorate e decorate da mani esperte, le bifore meravigliose e le mensole dei balconi.
Sulla porta d’ingresso di sud-est svetta lo stemma della Signoria di Firenze, che su queste montagne ha lasciato un granello – ma quanto prezioso – della sua raffinata civiltà. Pur non esistendo vere e proprie mura di difesa, il borgo è contornato da edifici senza soluzione di continuità che ebbero la funzione di case-mura, come mostrano anche le rare e piccole finestre. Percorrendo le tortuose stradine si ammirano abitazioni quattrocentesche, tra cui la casa del Capitano, e la torre risalente al Trecento e impropriamente detta medicea, dalla cui sommità si apre allo sguardo un panorama incantevole che abbraccia le valli del Tirino e dell’Aterno e si spinge sino ai fondali della catena del Sirente e della Maiella. La chiesa di Santo Stefano Protomartire, edificata tra XIV e XV secolo, si presenta come una monoaula in cinque campate, caratterizzata da un’insolita area presbiterale su cui si aprono le cappelle e un abside semicircolare. Rilevante è anche la chiesa della Madonna del Lago, del XVII secolo, che sorge subito fuori le mura, sulle verdi rive di un laghetto.

Guarda tutti i video sulla pagina ufficiale Youtube de I Borghi più belli d’Italia.

Piaceri e Sapori

Passeggiate ed escursioni a piedi, a cavallo o in bicicletta lungo le vecchie mulattiere che conducono a Campo Imperatore, sci di fondo lungo le piste di Campo Imperatore.

Il territorio produce ottimi legumi, formaggi pecorini, miele e tartufi, ha una ricca tradizione culinaria e una buona ricettività turistica. Santo Stefano di Sessanio è inserito nel Parco Nazionale del Gran Sasso, la più grande palestra di alpinismo e sci dell’Italia centrale, e dei Monti della Laga, magnifici e solitari. Acque, boschi, foreste e storia: per la Laga passò probabilmente Annibale il cartaginese, mentre il massiccio del Gran Sasso domina altri borghi medievali come Rocca Calascio e Paganica. Nel Parco sono presenti il lupo e l’aquila reale.

È in allestimento, da parte del Comune e del Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, il Museo delle genti della Baronia di Carapelle presso la vecchia sede del Municipio.

Estate nel Borgo,
mostra-mercato di prodotti tipici lungo le vie del villaggio, con scene di vita medioevale, cortei in costume, artigiani e vecchi mestieri, giocolieri e artisti di strada, il 12 e 13 agosto.

Palio del Parco,
giostra cavalleresca con la partecipazione dei borghi dell’ex Baronia di Carapelle, il 13 agosto.

Sagra delle Lenticchie,
nata nel 1972, è dedicata alla regina dei legumi. Stand gastronomici con piatti della tradizione contadina locale e spettacoli musicali, il primo fine settimana di settembre.

Natale nel Borgo,
mostra-mercato di prodotti tipici del versante aquilano del Gran Sasso all’interno di vecchie abitazioni e botteghe artigiane. Alla tenue luce di cento fiaccole e lumi romani si inscena un presepe d’altri tempi nelle vie e piazzette del borgo, il 28 e 29 dicembre.

La zuppa di lenticchie servita con quadratini di pane fritto in olio di oliva è la più nota tra le minestre basate su questo legume, che possono essere cucinate anche con le patate, le volarelle (pasta fatta in casa, tagliata a quadretti) e le salsicce. Ottime sono pure le carni degli agnelli allevati nell’altopiano di Campo Imperatore: una specialità è l’agnello alla chiaranese con formaggio e uova.

Le lenticchie di Santo Stefano di Sessanio, biologiche da sempre, appartengono ad una qualità rara e antica che viene coltivata soltanto nei terreni aridi di alta montagna tra i 1200 e i 1450 metri. La caratteristiche principali sono il colore marrone scuro, le dimensioni molto piccole, la superficie rugosa e striata e, soprattutto, il sapore che le ha rese celebri in tutta l’Italia, utilizzate dai migliori chef per piatti tradizionali o della nouvelle cuisine. Possono essere conservate a lungo senza perdere sapore e cuociono in circa 20 minuti.