Pettorano sul Gizio
Intricati labirinti

Comune di pettorano sul gizio
(Provincia de L’Aquila)
Altitudine
m. 656 s.l.m.
Abitanti
1270 (670 nel borgo)
patrono
Santa Margherita, 12, 13 e 14 luglio

info turismo
Pro Loco, tel. 0864 487004
Riserva Naturale Monte Genzana Alto Gizio, tel/fax 0864 487006
Centro Visite della Riserva Naturale “Castello Cantelmo”, tel. 0864 48348
Comune, tel. 0864 48115 – ARDEA sas, tel. 0864 487006
www.comune.pettorano.aq.it – info@comune.pettorano.aq.it
www.riservagenzana.it – www.pettorano.com

Lo spirito del luogo

Il nome

Le interpretazioni etimologiche del toponimo Pettorano sono state diverse: secondo alcuni deriverebbe da pettorale, per la forma a petto di corazza assunta dall’insieme urbanistico; secondo altri da pettorata, termine dialettale con cui si indica una ripida salita, per designare in questo caso il dirupo che dalla Valle del Gizio sale fino al Piano delle Cinquemiglia; altri lo spiegano come derivato dal sostantivo greco petra,-as (=pietra, roccia) per indicare la natura rocciosa del sito; altri infine da Pictorianus, nome di un pagus romano legato al gentilizio Pictorius.

 

La storia

1093, compare negli atti per la prima volta il “castellu qui Pectorianu bocatur”.
XII sec., con i Normanni il castello è già una consolidata realtà economica e politica, sede di un feudo che si estende dalla valle del Gizio verso il Piano delle Cinquemiglia e al Sangro, a capo del quale è Oddone della famiglia dei conti del Molise.
1229, l’esercito di Papa Gregorio IX caccia il duca di Spoleto dalla Marca, assedia Sulmona e conquista il castello di Pettorano; dopo questo episodio, Federico II tenta di riportare la situazione sotto controllo nominando titolare del feudo il figlio Federico.
1269, Oderisio de Ponte dona il feudo alla figlia Giovanna che sposa il figlio di Amiel de Courbain.
1310, il feudo è trasmesso ai Cantelmo, probabili discendenti dei reali di Scozia, venuti in Italia al seguito di Carlo I D’Angiò, e rimane loro fino al 1750; i principali interventi edilizi ed urbanistici realizzati a Pettorano sono opera di Fabrizio Cantelmo (1611-1658); di quel periodo sopravvivono le mura di cinta, 5 delle 6 porte di accesso, numerosi edifici civili e religiosi.
1706, un terremoto procura ingenti danni al paese.
1750, ai Cantelmo succedono i Montemiletto, che tengono il feudo fino all’abolizione del regime feudale nel 1806.
XX sec. il borgo è interessato dal fenomeno dell’emigrazione, prima transoceanica verso le Americhe, poi verso l’Europa e il Nord Italia.

Alla dissoluzione del mondo rurale, dei suoi riti e delle sue memorie, sembra opporsi Pettorano sul Gizio, ancora ricco di feste e tradizioni come pochi altri paesi d’Italia.
Così restano vivi i costumi delle donne, il re Carnevale, i ceri sui davanzali delle finestre nei giorni dei Morti, i rituali primaverili di ispirazione pagana, i culti agrari, la pietra di cui è fatto il borgo, l’aria frizzante di montagna, l’acqua del fiume Gizio che da sempre scorre accanto. Tutto resta come a testimoniare il ricordo di antiche usanze, espressioni di cultura ma anche di modelli organizzativi di vita sociale basata su regole di sapiente gestione del patrimonio culturale e naturale.

Il panorama è ancora uno dei più belli d’Abruzzo (questi luoghi avevano già affascinato Ovidio negli Amores), e basta osservare il versante del borgo lungo il percorso delle antiche mura, perché il senso di Medioevo che vi si respira, viene ingentilito dai portali e dagli arzigogoli barocchi sparsi qua e là. Il vuoto nel tessuto urbano lasciato dall’emigrazione viene sovrastato dalla bellezza delle antiche stradine o “rue” che scendono verso le mura snodandosi tra scalette, cortili, antichi edifici arricchiti da iscrizioni e stemmi incisi dal tempo. In ogni momento si può rimanere sorpresi e affascinati dagli scorci naturali che si creano verso la montagna che avvolge da sempre il borgo. La sua struttura urbana ha assunto la forma odierna nel tardo medioevo, quando fu costruita la cinta muraria con le sei porte, cinque delle quali sono ancora visibili: Porta San Nicola (sopra l’arco un affresco seicentesco raffigura Santa Margherita che sorregge il paese con la mano sinistra), Porta Cencia, Porta San Marco, Porta del Mulino (da cui si accede al parco di archeologia industriale costituito dai resti dei mulini fatti costruire dai Cantelmo lungo il fiume Gizio) e Porta Santa Margherita. All’interno delle mura molti sono gli edifici di pregio, per la maggior parte frutto di demolizioni e ricostruzioni, in epoca tardo-rinascimentale e barocca, di edifici antecedenti al XV secolo. Il terremoto del 1706 obbligò a nuove ricostruzioni, come quella della chiesa Madre, riaperta al culto nel 1728. Tra gli edifici religiosi, meritano una visita la piccola chiesa extramuraria di San Nicola, già esistente nel 1112, e la chiesa della Madonna della Libera, da cui si dipartono le caratteristiche stradine in discesa (“rue”) che conducono alla vallata del fiume Gizio attraverso interessanti stratificazioni architettoniche, mentre le altre chiese di San Rocco, San Giovanni e San Antonio conservano poco della struttura originaria.
Gli imponenti resti del Castello dei Cantelmo, oggi ristrutturato, hanno vegliato il borgo nel lungo periodo di abbandono seguito al venir meno delle esigenze difensive e di controllo dei commerci nella valle. Il nucleo del sistema difensivo, attorno al quale fu poi eretta la cinta muraria con le sei porte d’accesso e le due torri circolari superstiti, era la torre a puntone su base pentagonale che ancora oggi svetta su Pettorano.
Il palazzo Ducale era l’altro regno dei Cantelmo, la loro residenza privata, articolata in tre volumi intorno a una corte quadrata che ha un lato aperto sulla vallata. Nella corte interna (ora piazza Zannelli) si ammira la bella fontana. Lo sguardo, infine, si posa sui molti e bei palazzi che rievocano, anche con un senso di abbandono, il periodo d’oro del borgo: palazzo De Stephanis, la cui facciata è un trionfo di gusto rococò, palazzo Croce, che conserva al suo interno l’unico frammento rinvenuto in Occidente dell’Editto di Diocleziano (301 d.C.), palazzo Giuliani, altro imponente edificio del XVIII sec., e palazzo Vitto-Massei.

Piaceri e Sapori

Complesso sportivo con piscina; passeggiate e percorsi lungo il fiume Gizio in corrispondenza dell’area dei mulini e in tutto il Parco fluviale; escursioni nella Riserva Naturale Monte Genzana attraverso percorsi naturalistici e nell’area archeologica del Vallone di Santa Margherita.

La Riserva Naturale Regionale Monte Genzana Alto Gizio, istituita con Legge Regionale n.116 del 28 novembre 1996, ha un’estensione di 3.164 ettari. Il centro storico di Pettorano ricade tutto all’interno dell’area protetta del “Monte Genzana Alto Gizio”, caso unico nel panorama complessivo delle riserve naturali regionali. Precisi vincoli tutelano così le bellezze della natura insieme a quelle edificate dall’uomo. La Riserva è un corridoio ecologico tra i due Parchi Nazionali d’Abruzzo e della Majella e racchiude numerosi ambienti naturali e specie animali. La vegetazione va dai salici e dagli ontani neri del fiume Gizio alle roverelle e ai carpini delle zone collinari, ai faggi e agli aceri in alta quota (la più elevata è il Monte Genzana, 2170 metri). Tra la fauna, l’orso – simbolo del Parco – e il lupo sono i padroni di un ambiente incontaminato che, tra l’altro, conta la significativa presenza di 116 tipi di farfalle diurne sulle 131 censite in tutta l’Italia centrale. Il centro visite della Riserva ha sede presso Castello Cantelmo, tel. 0864 48348.

Castello Cantelmo:
centro visite della Riserva Naturale 10,00-13,00 / 15,00-20,00 lug-ago tutti i giorni, altri periodi, solo domenica o prenotazione. tel. 0864 487006

Sala dei Carbonai;
mostra didattica presso il palazzo Ducale 10,00-13,00 / 15,00-20,00 lug-ago tutti i giorni. tel. 0864 487006

Parco di Archeologia
Industriale Antichi:
opifici ad acqua, tre mulini ed una ramiera. tel. 0864 487006

Testamento di Carnevale,
il martedì grasso. è la ripresa di una tradizione medievale secondo la quale il Re Carnevale legge sulla pubblica piazza il suo testamento burlesco, denunciando le malefatte compiute dalla comunità durante l’anno trascorso.

Sagra della Polenta,
la preparazione della polenta è basata su una tecnica legata a ritmi e riti antichi. Ultima domenica di dicembre.

Concertino di Capodanno,
serenata augurale, ogni anno diversa, eseguita coralmente per le strade. Fino al 1925 a cantare erano soprattutto le donne delle classi meno abbienti, che intonavano in dialetto strofe rimate augurali sugli usci delle case agiate dove, il mattino seguente, avrebbero trovato doni alimentari. Si tratta dei riti del folclore legati allo scorrere ciclico del tempo, a una visione cosmica del mondo che celebra i momenti di passaggio scanditi dalla natura. All’interno di questa concezione rientra il costume indossato (fino a poco fa) dalle donne nei giorni di festa: quello di Pettorano è uno dei più antichi e originali dell’Abruzzo. Un bianchissimo copricapo di canapa o lino scende largo sulle spalle fino alla cintura, casta anche la camicia, ornata da un merletto sul collo, mentre il busto è nero, ampio sul davanti e aderente alla schiena; nera anche la gonna sulla quale viene messo il grembiule. Il tutto impreziosito da colliers e orecchini in varie fogge.

È la polenta rognosa rigorosamente cotta nel paiolo di rame e tagliata a fette con un filo. Tipici del luogo anche i mugnoli e cazzarielli, gnocchetti lavorati con farina e acqua e conditi con verdura.

Fino gli anni ’50, la polenta ha rappresentato il piatto unico per tutti i pettoranesi che passavano lunghi periodi lontano da casa ad estrarre carbone muniti di roncole e asce. Per gli umili carbonai, la polenta, appena insaporita con qualche aringa, era colazione, pranzo e cena.