SESTO-AL-REGHENA_STEMMASesto al Reghena
Nella terra degli abati

Comune di sesto al reghena
(Provincia di Pordenone)
Altitudine
m. 13 s.l.m.
Abitanti
6300 (1500 nel borgo)

Patrono
Santa Maria, 15 agosto
info turismo
Ufficio Turistico, piazza Castello 5
tel. 0434 699701
www.comune.sesto-al-reghena.pn.it

Lo spirito del luogo

SESTO-AL-REGHENA_STEMMAIl nome
Sesto era una stazione militare romana situata al sesto miliario della strada che collegava Iulia Concordia con il Norico. Il Reghena è il fiume che scorre nel borgo: il toponimo è di origine pre-romana, forse dal celtico reca, “torrente”.

 

La storia
735 ca., fondazione del monastero di Santa Maria in Sylvis ad opera di tre fratelli longobardi, Erfo, Anto e Marco, desiderosi di fare un’esperienza di vita religiosa sotto la regola di San Benedetto; nel 762 donano al monastero i loro beni, come risulta dall’atto redatto a Nonantola; nel 775 Carlo Magno conferma al monastero i privilegi concessi dai re longobardi.
889-925: la regione è sconvolta dalle scorrerie degli Ungari, che tutto bruciano e distruggono.
960: l’abbazia riprende vita con la conferma dei suoi beni e diritti da parte di Ottone I; l’imperatore nel 967 la cede con tutte le sue pertinenze al patriarca di Aquileia.
1182, papa Lucio III emana una bolla di protezione dell’abbazia.
1300-1330 ca., un gruppo di pittori padovani allievi di Giotto affresca l’abbazia.
1420, Aquileia, finito il potere temporale dei patriarchi, passa sotto la dominazione della Repubblica Veneta, e con essa l’abbazia di Sesto; Venezia dal 1441 concede l’affido temporaneo di tutti i possedimenti ecclesiastici dell’abbazia a prelati secolari (commendatari), che non seguono le regole monastiche e non risiedono in loco; il primo abate commendatario è, nel 1441, il cardinale Pietro Barbo, poi diventato papa Paolo II.
1503-1627, tutti gli abati commendatari sono espressione della famiglia Grimani.
1789, soppressione dell’abbazia e confisca dei beni della commenda da parte della Repubblica di Venezia.
1867, l’attuale denominazione di Sesto al Reghena risale all’annessione del Friuli all’Italia, al termine del Regno Lombardo-Veneto.

Nella bassa pianura friulana al confine col Veneto, campi coltivati lungo l’antica strada romana annunciano la terra degli abati, ricca di verde e di acque. Verso la metà dell’VIII secolo, nell’ultima fase dell’età longobarda, tre fratelli fondarono l’abbazia benedettina di Santa Maria di Sesto, che dalle rive del Reghena avrebbe diffuso potere, spiritualità e arte. Il fiume scorre placido tra le campagne contornate di siepi e scende tra le rive fiorite di tigli, tra marcite e prati stabili. La torre campanaria segnala all’orizzonte la presenza dell’abbazia. Nella cripta, echi di Bisanzio nelle due lastre di marmo greco di bottega forse veneziana raffiguranti l’Annunciazione, con la Madonna che più greca non si può. Nordica, invece, è la Madonna dello straziante Vesperbild (scultura devozionale di provenienza germanica) che tiene sulle ginocchia il figlio dal costato squarciato. E sempre nella cripta dell’abbazia, uno dei pezzi pregiati dell’arte longobarda dell’VIII secolo, l’urna di Sant’Anastasia, nel cui marmo è rappresentato il mistero della croce: la croce fiorita intorno alla quale scoppia la vita, simboleggiata dalle stilizzazioni tipiche longobarde, come decori vegetali, piante, fiori – gli stessi che ritroviamo nelle campagne intorno a Sesto.

Abbazia benedettina di fondazione longobarda (prima metà dell’ VIII secolo), Santa Maria di Sesto – detta anche in Sylvis perché a quel tempo immersa in una vasta foresta (silva in latino) – è una delle più importanti istituzioni monastiche del Friuli. Vi si accede passando sotto la rinascimentale torre Grimani, là dove fino al Settecento vi era il ponte levatoio. La torre è una delle sette che difendevano le mura; di fronte s’innalza la torre campanaria, scandita da lesene, che è la trasformazione della massiccia torre vedetta della metà dell’XI secolo. L’edificio in mattoni a sinistra è l’antica cancelleria abbaziale, sede della giurisdizione civile dalla fine del secolo XII; a destra la residenza degli abati (oggi sede municipale) è una costruzione rinascimentale sulla cui facciata si conservano gli stemmi affrescati di cinque abati commendatari. A destra del campanile un arco rinascimentale immette in quella che era la zona vera e propria dell’abbazia fortificata. Sul lato meridionale del complesso, i muretti sul prato tra la chiesa abbaziale e il muro di cinta costeggiato di cipressi, disegnano il perimetro della primitiva chiesa dei tre fratelli longobardi.
Sul lato est di piazza Castello, il palazzo degli abati forma un prospetto continuo con una loggetta a due piani e con il portico d’accesso al vestibolo della chiesa di Santa Maria. La piccola loggia, affrescata internamente con scene cavalleresche (fine XIII secolo), si addossa alla facciata a trifore. A destra una scala balaustrata conduce al salone, un tempo coro notturno per i monaci, oggi usato per manifestazioni culturali. Varcando il portone si accede al vestibolo affrescato con il ciclo allegorico dell’Inferno a sinistra e del Paradiso a destra, e di San Michele nella facciata interna. L’opera, del 1450 circa, è attribuita ad Antonio da Firenze e allievi. Nel vestibolo si apre a destra la sala delle udienze; la parte sud reca affreschi del XIII secolo. Si passa quindi all’atrio romanico, diviso in tre navate da pilastri quadrangolari di mattoni, che conserva un notevole lapidario che va dall’epoca romana all’età moderna.
L’interno della chiesa abbaziale presenta un notevole apparato di pitture a fresco in cui spiccano quelle della zona presbiteriale, eseguite intorno al secondo e terzo decennio del XIV secolo da pittori padovani della scuola di Giotto. Notiamo nella facciata interna d’ingresso, entro la lunetta, una Madonna con aureola del XIV secolo; sopra la bifora lo stemma dell’abate commendatario Giovanni Grimani; a destra della porta il fondatore dell’abbazia Erfo con la madre Piltrude; nel primo pilastro destro Ottone e Hagalberta (metà del XIV secolo); nel presbiterio la scena simbolica dell’albero della vita, il mistico Lignum Vitae, sempre degli allievi di Giotto; nella navata nord il battistero rinascimentale.
Nella cripta situata sotto il presbiterio, ricostruita nel 1914 e scandita da volte a crociera impostate su colonne marmoree (sono originali le basi delle prime sei colonne), si conservano gli altri tesori dell’abbazia. La quattrocentesca Pietà, o Vesperbild, in pietra arenaria verniciata a olio, di ignoto maestro tedesco, concentra su di sé tutto il dolore del mondo, con gli occhi della Madonna persi nel vuoto, invecchiata sotto il suo velo bianco. L’Annunciazione – scultura in marmo realizzata verso la fine del Duecento – mostra un angelo dai capelli avvolti nella rete come un sacerdote orientale, e la Madonna con lettere greche incise nel polsino sinistro, entrambi iscritti entro una nicchia aperta su due archi trilobati. E infine l’urna di Sant’Anastasia, splendido monumento d’età longobarda (VIII secolo) formato dai resti di una cattedra di marmo greco, opera di maestranze di Cividale. Prima di essere trasformato in urna per le reliquie della santa, nel XIII secolo, questo capolavoro era in origine un leggio o un ambone da coro.
Fuori del borgo, raccolto intorno all’abbazia, le settecentesche villa Fabris e, nella frazione Ramuscello, villa Freschi, sono rilevanti esempi di “villa” in Friuli, con facciata monumentale e oratorio. Interessante è il paesaggio agrario circostante, dove in alcuni tratti si riconosce la centuriazione romana dell’agro di Concordia. Meritano una visita l’antico mulino di Stalis sul guado posto tra Friuli e Veneto, la chiesetta campestre di San Pietro (secolo XII) in località Versiola, la segheria del XVIII secolo a Bagnarola in Borgo Siega e la fontana di Venchieredo, ricordata da Ippolito Nievo ne Le confessioni di un italiano.

Guarda tutti i video sulla pagina ufficiale Youtube de I Borghi più belli d’Italia.

Piaceri e Sapori

In bicicletta sulla strada campestre che attraversa i Prati Burovich. Birdwatching nell’oasi naturalistica del lago delle Premarine. Passeggiate lungo le strade bianche che si affacciano su campi coltivati, vigne e canali.

Specchi d’acqua, polmoni di verde, rinaturalizzazioni e opere dell’antica civiltà agraria caratterizzano i dintorni. I 13 ettari dei Prati Burovich sono una rara testimonianza delle sistemazioni agrarie rurali che interessarono la pianura veneto-friulana fra XVIII e XIX secolo. Si tratta di prati stabili ricchi di essenze arboree e floreali autoctone. Il lago Premarine deriva da escavazioni degli anni Settanta del Novecento che hanno intercettato le acque presenti nel sottosuolo creando questo specchio d’acqua. Anche il lago Casette Venchiaredo è di origine artificiale: la rinaturalizzazione spontanea dello specchio lacustre ha portato alla nascita di un ambiente naturale con specie animali e vegetali altrove in rarefazione. Oltre il Reghena, sulla destra di via Verdi si notano alcune case coloniche. A Savorgnano si visita la chiesetta campestre di Santa Petronilla. Vicino alla chiesetta di San Rocco a Bagnarola si apre una stradina che attraversa il borgo dell’ex mulino Variola. Infine Siega è un borghetto con un mulino e una vecchia segheria veneziana.

Museo Lapidario, presso l’abbazia.

Museo di arte sacra contemporanea: nella Barchessa Piccola del centro culturale Burovich, raccoglie ogni anno opere realizzate e donate dai componenti dell’associazione culturale Aura.

Sagra della Trota, tra maggio e giugno, nella frazione Bagnarola.

Sagra del Vino, a Ramuscello, 19 marzo in occasione della festa di San Giuseppe.

Sexto ‘Nplugged, giugno-luglio-agosto: ambientata nel complesso abbaziale, la manifestazione musicale percorre strade alternative, ma non contrapposte, rispetto al posto in cui si svolge: artisti d’avanguardia e internazionali adattano il loro repertorio al luogo, che amplifica le emozioni verso il pubblico che ascolta.

Presepe Vivente, nel parco dell’abbazia, il 24 e il 26 dicembre degli anni pari.

Pintade , pouletPetto di faraona con radicchio, prosciutto crudo e patate alla contadina.

Biscotti Buranei - Dolci - Ricette tipiche del Veneto - BuranoSi chiamano «bussolà» i biscotti che la tradizione veneta ha lasciato in eredità a Sesto, dopo che il borgo è entrato nell’orbita della Serenissima. La consistenza dei biscotti dipende dalla grande quantità di burro e uova.