Altomonte
Il sogno angioino

Comune di altomonte
solo centro storico
(Provincia di Cosenza)
Altitudine
m. 496 s.l.m.
Abitanti
4800 (1500 nel borgo)

Patrono
San Rocco, 16-17-18 agosto
info turismo
Comune, tel. 0981 948041
Assessorato al turismo, L.go della Solidarietà
(Ass.re al Turismo) cell. 335 6885661
tel. 0981 948804 – www.comune.altomonte.cs.it

Lo spirito del luogo

Il nome

Il toponimo più antico è Balbia, voce fenicia derivante da Baal, che significa “signore” e “divinità”. Con questo nome la città era conosciuta dai Romani, infatti Plinio il Vecchio la cita tra quelle che producono vini pregiati come, appunto, il Balbino. Nel 1065 l’abitato è menzionato come Brahalla o Brakhalla, forse dall’arabo “benedizione di Dio”. Nel 1337, il nome del paese muta prima in Altoflumen, Altofiume, poi tra il 1343 e 1345, assume definitivamente quello di Altomonte per volere della Regina Giovanna I.

 

La storia

I sec. d. C., resti di una villa romana testimoniano la presenza di un abitato verso il fiume Esaro, menzionato con il nome di Balbia da Plinio il Vecchio nella sua Historia Naturalis.
IX-X sec., l’insediamento viene spostato più in alto per sfuggire alle incursioni dei Saraceni.
1052, prime notizie di un’espansione dell’abitato in epoca normanna, conseguente alla costruzione di nuovi edifici civili e religiosi (chiesa di Santa Maria de’ Franchis, prima di diventare chiesa della Consolazione; castello e torre detta dei Pallotta).
Nel 1065, il borgo è indicato in un documento con il nome di Brahalla, che muta nel 1337 in Altoflumen e infine in quello attuale.
1343-45, il conte Filippo Sangineto, cavaliere di re Roberto d’Angiò, dà inizio allo sviluppo di Altomonte edificando la chiesa della Consolazione, che arricchisce di opere d’arte dei maestri toscani.
1381, con l’estinzione della linea maschile del casato dei Sangineto, diventano nuovi feudatari i Sanseverino, imparentati con i Ruffo di Sicilia. La famiglia Sanseverino favorisce l’arrivo dei Domenicani e continua il mecenatismo dei precedenti signori, mantenendo il possesso del feudo sino agli inizi dell’Ottocento.
1588, il filosofo Tommaso Campanella soggiorna nel cenobio domenicano, protagonista della Riforma in Calabria.

In una piega di monte della Calabria, con meravigliosa vista sul Pollino, la piana di Sibari e il mar Ionio, si trova Altomonte. Lo stile gotico-angioino di Santa Maria della Consolazione, con il rosone della facciata che sembra il traforo della perfezione, è il culmine di un percorso artistico che ha incrociato anche, per dirla con Mario Luzi, “il viaggio terrestre e celeste di Simone Martini”, che qui ha lasciato testimonianza insieme a un altro maestro toscano, Bernardo Daddi. Ma ulteriori sorprese riserva questo luogo dalle antichissime radici fenicie, dove i vini pregiati che avevano attirato i romani, sarebbero poi stati ignorati dai monaci basiliani dediti all’ascetismo.
C’è infatti una vena orientale, in Altomonte, segnata dalla persistenza del rito greco e dall’impianto urbanistico di derivazione araba, fatto di vicoli ciechi, strade e stradine che s’incrociano e si annullano come in una casba. Con la sua muraglia di case, balconi e ruggini, Altomonte cerca di conservare la bellezza aristocratica e austera che ne fa uno dei centri artistici più importanti della regione.

C’è un altro mondo fuori dalle tangenziali. Le donne sedute sull’uscio di casa a sbucciare i cardi selvatici raccolti in campagna, il fitto groviglio di aromi che viene dalle cucine, gli sprazzi di luce estiva che fanno scintillare l’antica pietra. Altomonte è un nome che brilla sulla carta geografica, una cittadina difficile da dimenticare, tutta vicoli e scalinate intorno alla chiesa della Consolazione,il massimo esempio dell’arte gotico-angioina in Calabria. Ma cominciamo con ordine.
Prima tappa, il castello di origine normanna (XII secolo). Ampliato e restaurato più volte dai vari feudatari che si sono succeduti, ha mantenuto abbastanza l’impianto originario e oggi ospita un albergo. Da piazza Coppolasi imbocca via Paladino e si arriva in piazza Tommaso Campanella, dove sorge la chiesa di Santa Maria della Consolazione con l’attiguo Convento domenicano che oggi ospita il Museo Civico.
La chiesa, nella parte alta dell’abitato, domina la valle dell’Esaro e sembra guardare oltre le vicissitudini terrene.
Nobile e austera, è impreziosita da capolavori dell’arte lapidea, come il magnifico portale, il grande rosone composto da archetti disposti a ruota e l’elegante bifora della massiccia torre campanaria. Su tutto aleggia uno spirito francese, frutto delle suggestioni percepite in Provenza da Filippo Sangineto che ha ingrandito la preesistente chiesetta normanna consacrando il nuovo edificio alla Madonna della Consolazione nel 1342. Il gusto, dunque, è quello della corte angioina di Napoli, con riferimenti anche alle tradizioni normanna e svevo-cistercense.
Questi ultimi influssi sono visibili nella decorazione dell’interno, che è a navata unica, la cui bellezza sta nell’effetto di sobrietà, e quasi di vuoto, che comunica. Tra le opere di pregio rimaste – le altre sono custodite al Museo Civico – ci sono il Monumento funerario di cavaliere ignoto (ignoto anche l’autore, probabilmente napoletano) databile alla prima metà del Trecento, e l’imponente Sepolcro dei Sangineto collocato nell’abside, realizzato intorno al 1360 forse dal Maestro Durazzesco e comunque in ambiente napoletano.
Su piazza Tommaso Campanella è ricordato con un monumento il soggiorno del filosofo di Stilo nel Convento domenicano, costruito a partire dal 1440 e di cui si ammira il chiostro della stessa epoca. Sulla stessa piazza si affaccia palazzo Pancaro (XVI secolo), una delle più antiche dimore gentilizie. Lasciata la piazza, si raggiunge per via Paladino la casa-torre dei Pallotta di origine normanna, sempre nei dintorni della chiesa della Consolazione, dov’è piacevole passeggiare per i vicoli. Da lì scendendo si arriva a piazza Balbia, che nel medioevo era il balium, luogo delle assemblee pubbliche, il cui slargo ospita la chiesa di San Giacomo Apostolo, di probabile origine bizantina e con interno barocco (altare e decorazioni a stucco), restaurata di recente. Intorno alla chiesa sorse il primo nucleo abitato, di chiara derivazione araba, come si può capire dall’intrico di strade e vicoli ciechi disposti su un tracciato a corona che si incrociano, proseguono o si annullano l’uno nell’altro.
Da piazza Balbia continuando per le stradine tortuose del centro storico si arriva in piazza San Francesco di Paola su cui si affaccia l’omonima chiesa con l’attiguo complesso monastico, ora sede del Municipio, al cui interno si ammira un bel chiostro settecentesco.
La visita si conclude a palazzo Giacobini, sede dell’antico ospedale, com’era chiamata la casa per l’alloggio dei pellegrini (1584) e attualmente utilizzato per ricevimenti e convegni.

Piaceri e Sapori

Maneggio con cavalli, pesca, trekking nel Parco del Pollino, scuola di ricamo, scuola di cucina.

Il borgo è inserito in un felice scenario naturale che abbraccia le cime del Pollino e dell’Orsomarso, il mare Ionio, la piana di Sibari e la valle dell’Esaro. A pochi km da Altomonte si trova la Riserva del Farneto, un tempo riserva di caccia dei Sanseverino, con laghetto da pesca. In breve si raggiungono le comunità albanesi della Calabria e il Parco Nazionale del Pollino, dove c’è possibilità di trekking, così come nella Valle dell’Argentino e del Rosa, è di imminente apertura il Parco del fiume Grondo (passeggiata naturalistica lungo le rive del fiume, area picnic) a tre km dall’abitato.

Museo Civico,
ex Convento Domenicano: straordinaria raccolta di opere d’arte provenienti la maggior parte dal Convento e dalla chiesa di Santa Maria della Consolazione. Su tutte spiccano i capolavori dei maestri toscani del Trecento, come il San Ladislao di Simone Martini, commissionato da Filippo Sangineto nel 1326, e le due tavole di Bernardo Daddi, pittore fiorentino seguace di Giotto.Del Maestro dei Penna, operante a Napoli agli inizi del XV sec., sono le storie della Passione di Cristo, mentre provengono da un atelier francese del XIV sec. le lastre di alabastro bianche con le Storie della Vergine. La splendida Madonna delle Pere è opera di Paolo di Ciaco (1460); notevoli anche la pala d’altare attribuita a un discepolo del Solimena, maestro settecentesco celebre per il suo “tenebrismo”, e il ciborio ligneo custodito nella terza sala, arte monastica cappuccina a cavallo dei secoli XVII e XVIII.

Museo Azzinari,
presso torre Pallotta (torre Normanna costruita nel 1050) interamente dedicata al pittore Franco Azzinari.
L’ex complesso monastico dei Domenicani ospita anche la Biblioteca Civica e quella Storica, la sede della Assemblea Musicale Franco Ferrara, la Pinacoteca Comunale d’Arte Moderna, la galleria d’arte Il Chiostro. In una grotta naturale nel centro storico la raffigurazione del Presepe.

Notte dell’Epifania,
una rappresentazione sacra rievoca l’arrivo dei Magi, con figuranti in costume.

Le Fucine,
vigilia di San Giuseppe e San Francesco di Paola: degustazione e tradizionali falò, qui chiamati le fucine.

Via Crucis,
Venerdì Santo: suggestiva rievocazione della Passione con antiche statue.

Festa patronale di San Francesco di Paola, seconda domenica dopo Pasqua.

Corpus Domini,
con infiorata Festival Teatro Scuola tutto il mese di maggio presso l’anfiteatro.

Gran Festa del Pane,
4 giorni ultima settimana di maggio per le vie del borgo.

Festival della Danza,
seconda settimana di giugno presso l’anfiteatro.

Rock Festival,
metà luglio presso anfiteatro.

Festival Euromediterraneo,
luglio-agosto: rassegna di teatro, danza, musica e arti visive: una delle manifestazioni culturali estive più importanti del sud Italia.

Fiabe nel Borgo,
rassegna dedicata esclusivamente ai bambini da due a dodici anni.

Di… Vino Jazz,
settembre: assaggi itineranti nel borgo antico di jazz, vino e gastronomia.

Sagra dei Funghi,
a novembre: menu a tema nei ristoranti.

La cucina contadina punta sulla genuinità degli ingredienti. Piatti forti sono le paste fatte in casa, le minestre a base di verdure e legumi, la mischiglia, composta da nove erbe spontanee cotte insieme, e i secondi a base di carne. Tipiche del luogo sono le cicerchie, raro legume che sta tra i ceci e i lupini.I zafarani cruschi, peperoni essiccati al sole e saltati nell’olio bollente.Tra i dolci, quelli al miele di tradizione araba.

Nelle botteghe si acquistano i prodotti della gastronomia locale, come i cardi selvatici sottolio, e dell’artigianato: cartoline di legno, terrecotte, icone.