Esanatoglia
La città dei sette campanili

Comune di Esanatoglia
(Provincia di Macerata)
Altitudine
m. 446 s.l.m.
Abitanti
1972 (900 nel borgo)

info turismo
Municipio, piazza Leopardi
tel. 0737 889132
Biblioteca Comunale, via Roma
tel. 0737766169

Lo spirito del luogo

Il nome

Esus, il dio celtico della guerra, è all’origine del toponimo del fiume Esino, sulle cui rive si presume sia sorto in età romana il primo insediamento, Aesa. L’attuale Esanatoglia nasce nel 1862 da uno storico che ha combinato Aesa e Anatolia, sostituendo così il nome medievale Santa Anatolia, derivato a sua volta dalla patrona Anatolia, martire nel III secolo d.C.

La storia

Per la sua forma sottile, allungata, Esanatoglia era chiamata un tempo la città “filetta”. Vista dall’alto, sembra accudita dai sette campanili che percorrono il corso Vittorio Emanuele, l’asse viario principale, da porta Sant’Andrea alla parte alta, porta Panicale, da dove si esce verso l’intatta valle di San Pietro. Racchiuso dalle mura castellane lambite dal fiume Esino, il borgo si dispone come una sorta di fuso, innestato di vie secondarie che portano ai rioni, ognuno con la propria piazzetta.
Nella parte più antica svetta con il suo campanile la pieve di Santa Anatolia, sorta sulla sepoltura della martire e citata dalle fonti già nel 1180. Presenta uno splendido portale in pietra trecentesco e un’epigrafe romana posta sul basamento della torre campanaria che, secondo gli storici, sarebbe la prova di un insediamento romano al tempo delle conquiste di Augusto. Le Fontane di San Martino, una volta chiamate Fonti di Fuori Porta, rappresentano un raro esempio di opera idraulica trecentesca ancora funzionante. Palazzo Varano, attuale sede del Municipio, conserva una tela interessante, La cacciata dei diavoli da Arezzo, e parate di cavalieri al piano nobile. La chiesa di Santa Maria Maddalena custodisce un pregevole dipinto, la Crocifissione, sull’altare maggiore, due nature morte di origine fiamminga e una cantoria lignea istoriata e dipinta con scene della vita dei Santi, dove sono ancora presenti le grate che impedivano alle Clarisse di essere viste. La chiesa di Santa Maria di Montebianco racchiude un’edicola campestre contenente la Vergine Maria con Bambino, opera del pittore locale Diangeluccio Diotallevi, mentre nella chiesa dei Cappuccini un affresco raffigura la Madonna del Latte.

La struttura urbanistica di Esanatoglia si avvicina più al modello cittadino che a quello rurale, nonostante l’economia facesse perno sull’agricoltura. Il castello era diviso in tre quartieri interni alla prima cerchia muraria dell’XI-XII secolo – la Pieve, il quartiere di Mezzo e quello di San Martino – e uno esterno – Sant’Andrea, articolato nei due borghi di Santa Caterina e San Rocco – inglobato nella seconda cerchia muraria all’inizio del XIV secolo. La difesa era affidata alla rocca e alle altre fortificazioni più lontane dalle mura: la rocca di Santa Maria in Monte che dominava la valle del Passo di Palazzo (nell’odierna località Fonte La Torre); quella sulle pendici del Monte Corsegno dove l’eremo di San Cataldo vigila silenzioso sul borgo; e la terza di cui non restano tracce. Si accedeva alla cittadella fortificata attraverso quattro porte: Panicale, del Mercato, Portella e Sant’Andrea. La porta del Borgo, che faceva parte della prima cerchia di mura, fu inglobata nel nucleo fortificato contemporaneamente al quartiere Sant’Andrea. Lungo l’attuale via della Portella si svolgeva, già nel XIV secolo, il traffico delle merci, parallelamente alle mura e al fiume. Con i suoi campanili, la torre di Sant’Andrea, gli edifici di origine medievale e rinascimentale, la fornace quattrocentesca, le viuzze acciottolate, Esanatoglia è un piccolo gioiello nelle Marche più appartate, al confine con l’Umbria.

Sulla piazzetta Cavour prospettano quattro insigni edifici: il palazzo detto delle Milizie, fortificato nel XIV secolo e un tempo collegato alla rocca del castello con un camminamento; il palazzo del Podestà, il cui pianoterra veniva utilizzato come mercato coperto; il palazzo Zampini con gli arredi futuristi di Ivo Pannaggi, unito alla chiesa di Santa Maria, che conserva tracce di affreschi di Diotallevi e la grande tela della Crocifissione dei fratelli De Magistris di Caldarola (1565).

Le cotiche con i fagioli sono la specialità locale. Vanno accompagnate con il pane abbrustolito – generalmente la crescia di farina di grano o di mais, cotta sotto la cenere – e le patate utilizzate per rassodare il sugo. I legumi secchi sono la materia prima per la zuppa di ceci o fagioli. La maestria delle massaie è la base per preparare a mano la pasta all’uovo, che può essere condita anche con un sugo di gamberi di fiume. Dolcetti secchi a base di anice chiudono il pranzo: si chiamano favorite.

Per chi ama camminare, fare trekking o andare in mountain bike, ci sono sentieri segnalati lungo la valle di San Pietro, la vallata di Palazzo e le pendici del Monte Corsegno (776 metri in quota), dove è da vedere l’eremo di San Cataldo, nominato negli statuti del 1324.