Roseto Valfortore
Dalla rosa alla pietra

Comune di roseto valfortore
(Provincia di Foggia)
Altitudine
m. 650 s.l.m.
Abitanti
1254 (174 nel borgo)

Patrono
San Filippo Neri, 26 maggio
info turismo
Comune, tel. 0881 594711 – Pro Loco, tel. 0881 594633
Osservatorio di Ecologia Appenninica ed escursioni didattiche
tel. 329 0826352 – www.comune.rosetovalfortore.fg.it
www.mulinidiroseto.it  – www.oseap.it

Lo spirito del luogo

Il nome

Anticamente chiamato Rosito, prende nome dall’abbondanza di rose selvatiche nel suo territorio. L’aggiunta di Valfortore va riferita al fiume Fortore che nasce ad est del paese e ne solca la valle.

 

La storia

I sec. d.C., un cippo funerario in lingua latina testimonia la presenza della civiltà romana.
752, compare per la prima volta il nome “Rosito” nel documento con il quale il duca longobardo Liutprando decreta la libertà per la schiava Cunda e il figlio Liupergo.
1122, dopo essere appartenuto sotto la dominazione normanna alla Contea di Ariano, Roseto passa a Guglielmo il Guiscardo, duca della Puglia, in seguito a un riuscito assalto.
1294, Bartolomeo I Di Capua s’insedia nel feudo di Roseto al posto del D’Assimial che l’aveva ricevuto da Carlo d’Angiò dopo la presa di Lucera.
1338, il feudo di Roseto con quello di Vetruscelli è assegnato a Roberto Di Capua.
1497, Bartolomeo III, ricevuta la conferma feudale dal Re di Napoli Ferdinando il Cattolico, porta il borgo al massimo splendore.
La decadenza comincia con Giovanni, l’ultimo dei Di Capua, che vende Roseto a Ferrante Lombardo di Troia.
1640, dai Lombardo il feudo passa ai Brancia.
1655, Giuseppe Saggese di Foggia acquista il feudo che rimane alla sua famiglia fino agli inizi dell’Ottocento.
1848, Roseto partecipa attivamente ai moti risorgimentali e vive poi l’avventura garibaldina con spargimento di sangue.
1882, comincia l’esodo verso gli USA dove nel 1912, in Pennsylvania, gli emigranti di Roseto danno vita a un nuovo paese oltre Oceano, facendolo entrare nel novero dei Comuni d’America.
1946, dopo il secondo conflitto mondiale riprende il flusso migratorio, questa volta verso il Canada. Roseto si spopola: dai 5400 abitanti del 1946 passa ai 1300 di oggi.

Già nel nome c’è il profumo di rose e fiori. Il borgo, che sta faticosamente risalendo dall’abisso di abbandono in cui l’ha lasciato l’emigrazione, vive in simbiosi con il suo meraviglioso bosco ceduo, chiamato Vetruscelli. “Il bosco – cantano i rosetani – è un vasto incanto di mistero”, dove si spegne l’amarezza di una vita incompiuta, da riscattare altrove. Basta, allora, uscire a fare due passi nel bosco, tra orchidee selvatiche e altre varietà di fiori, per cercare come Proust il fiore amoroso di Swann, la “catleia” che racchiude la fragile bellezza delle forme viventi.
Ci si ristora tra numerose fonti di acque sorgive ed è dolce, nelle sere d’agosto, godersi dal belvedere del “Giro Coste” il cielo stellato e la fresca brezza che viene dal bosco.

Adagiato su uno scosceso pendio della valle del Fortore, il borgo di Roseto si presenta sufficientemente ben conservato, come un piccolo scrigno di ricordi dell’arte locale degli scalpellini. L’impianto urbanistico è di derivazione medievale e le viuzze si lasciano percorrere passo dopo passo in tranquillità, accogliendo i profumi e gli scorci di verde del vicino bosco Vetruscelli. Non potrebbe essere altrimenti, per un paese che prende nome dalla rosa canina e che le rose, oltre ad averle nello stemma, le coltiva anche lungo la strada principale. I vicoli (stréttole) del centro storico di Roseto partono tutti da piazza Vecchia. Sono disposti secondo una tecnica di costruzione longobarda: a uno più largo su cui si affacciano le scalinate delle abitazioni, si alterna uno più stretto che funge da raccoglitore di acqua piovana.
In fondo a ogni vicolo c’era una porta che veniva chiusa al tramonto, a protezione del borgo.
Adiacente alla piazza Vecchia sorge maestosa la chiesa Madre, costruita dal feudatario Bartolomeo III Di Capua nel 1507. è da ammirare la balaustra, scolpita in pietra locale da artisti rosetani. Con la stessa pietra sono scolpiti i due sarcofagi gentilizi che la tradizione associa ai nomi di Tuleje e Mmaleje. Di fronte al lato sinistro della chiesa Madre si nota il palazzo Marchesale, anch’esso voluto da Bartolomeo III. Di fronte alla scalinata principale della chiesa Madre c’è l’arco della Terra che serviva da porta principale. In un angolo del muro esterno che sovrasta l’arco, si scorge una testa lapidea che forse raffigura uno dei feudatari di Roseto. Sicuramente su di essa veniva alzata la bandiera nei giorni in cui il feudatario amministrava la giustizia.Nel 1623 l’arciprete De Santis portò a Roseto il culto di San Filippo Neri, diventato poi il patrono del paese. Nella sua abitazione, trasformata in oratorio, si conserva un prezioso busto d’argento del santo.
Al centro del borgo si trova la chiesa del SS. Corpo di Cristo, importante luogo di culto nei secoli XVIII e XIX. Restaurata e ribattezzata col nome di Cristo Re, ora risulta sconsacrata.
L’opera degli scapellini rosetani rappresenta il patrimonio artistico più importante del paese. Portali, colonne, bassorilievi sono stati realizzati da maestri che per secoli hanno lavorato la pietra della locale cava, situata a sud del borgo. Il territorio è ricco di sorgenti d’acque e zampillanti fontane, di mulini ad acqua, di aree da picnic, di orologi e meridiane, tra cui un orologio meccanico, molto antico, il cui quadrante è opera di artisti locali (si trova sul campanile della Parrocchia) e una meridiana che abbellisce il fronte della chiesa di Santa Maria Lauretana.

Piaceri e Sapori

Piscina nei pressi dei Mulini ad acqua, picnic (aree sosta nelle contrade San Leonardo, Rocchetta e Amborchia), escursioni naturalistiche nei boschi e lungo il fiume Fortore con guide esperte del territorio, maneggio cavalli (Associazione Equestre La Rocchetta).

Il borgo è interessante, ma è la natura a dettar legge a Roseto, che conserva un ambiente di elevato pregio per la diversità biologica e paesaggistica testimoniata anche dalla presenza del lupo. Risale, inoltre, al 1338 il primo mulino ad acqua, al quale ne seguirono altri, rimasti in funzione fino a qualche decennio fa. Si tratta di splendidi esempi di architettura rurale, alcuni dei quali oggi perfettamente restaurati. Un itinerario che consigliamo è quello che da Lucera, imboccando la provinciale per Biccari, permette, arrivati in una piccola frazione di questo comune, Tertiveri, di raggiungere Roseto senza passare da Alberona ma seguendo un percorso leggermente più lungo, che attraversa un magnifico bosco di querce, pini e faggi prima di raggiungere a 900 m. il passo. Da qui si ammira in tutta la sua bellezza la valle del Fortore, dove, su una delle colline che degradano verso il fiume, sta Roseto con il suo borgo antico.

Museo di Arte Antica,
si trova nei locali dei Mulini ad Acqua ed è un esempio della lunga storia del borgo, ricco di attrezzi, testimonianze, utensili di epoche passate.

Mulini ad acqua,
www.mulinidiroseto.it, tel. 331 4125797: sulle rive del Fortore, si notano i due mulini ad acqua funzionanti sino ai primi del Novecento e recentemente ristrutturati. La vegetazione che li circonda impreziosisce questo luogo, che è stato reso fruibile come attività didattico-ricreativa con la realizzazione di una piscina.

Osservatorio di Ecologia Appenninica,
Vico Donatelli 7, tel. 0881 594019, www.oseap.it: istituito nel 2001 dopo la ricerca sulla presenza del lupo nel territorio, ha anche la funzione di lente d’ingrandimento sulla flora e la fauna dell’Appennino Dauno. Si divide in due sezioni: scientifica e didattico-divulgativa. E’ Centro di Esperienza Ambientale della Regione Puglia, nonché Centro Visita con ambienti espositivi.

Sant’ Antonio Abate,
terzo sabato di gennaio: la sera si accendono fuochi lungo le strade del borgo.

Venerdì Santo,
processione vivente.

L’Incoronata,
prima domenica di maggio: processione vivente con i bambini in sella ai cavalli, vestiti come i santi venerati dai fedeli.

San Filippo Neri,
26 maggio: è la festa del patrono, con processione lungo le vie del centro abitato e la distribuzione alla folla, in piazza Castello, di pane, formaggio, verdura, latte e vino.

Fiera del Prodotto Tipico del Preappennino Dauno,
ultima domenica di giugno: mostra di artigianato e gastronomia.

Premio Lupo,
scade il 30 giugno la presentazione dei lavori per il concorso di scrittura.

Stagione Estiva,
luglio – agosto: manifestazioni culturali e ricreative.

Festa dell’Accoglienza,
ultimo venerdì di luglio: manifestazione dedicata agli emigranti.

Festa della Madonna del Carmine,
ultima domenica di luglio

Sagra del Tartufo,
primo sabato di agosto.

La Giornata Contadina,
secondo venerdì di agosto: ricostruzione della vita nei campi e proposte gastronomiche con i piatti tradizionali del mondo agricolo

Madonna della Consolazione,
seconda domenica di ottobre: celebrazione della festività e fiera di paese.

Piatto pluripremiato, i cecatédde ch’i tanne checuzze sono cavatelli fatti con farina di grano duro, con germogli teneri della pianta di zucchine, un sughetto di pomodori freschi e un po’ di peperenòle, polvere acre di peperoncini essiccati.

La grande quantità di fiori e il tartufo nero che abbonda nei boschi fanno di Roseto la “città del miele e del tartufo”. Una denominazione di cui questo borgo dell’Appennino Dauno si fa vanto e che contribuisce alla considerazione in cui è tenuta la sua gastronomia, ricca di cibi semplici e genuini, come il pane, che è buonissimo, e i dolci.