Geraci Siculo
Santi e madonne sulle Madonie

Comune di geraci siculo
solo centro storico
(Provincia di Palermo)
Altitudine
m. 1077 s.l.m.
Abitanti
1871

Patrono
San Bartolomeo, 24 agosto
Compatrona: Maria Santissima Annunziata,
seconda domenica di luglio
info turismo
Tel. 0921 643080 – 0921 643042
www.comune.geracisiculo.pa.it

Lo spirito del luogo

Il nome

Il nome dell’abitato è di origine greca – da Jerax, avvoltoio – e allude alla sua antica origine come luogo fortificato, come impervia rocca sorvolata da uccelli rapaci.

 

La storia

VI-VIII sec., dominazione bizantina.
840, la conquista musulmana non cancella la tradizione bizantina (fino al XIV sec. nella cappella palatina e nella chiesa di Santa Maria si continuerà a officiare secondo il rito greco-bizantino).
1072, con l’arrivo dei Normanni, Geraci diventa capitale dell’omonima contea.
1252, per discendenza femminile la contea perviene ai Ventimiglia, cui da questo momento Geraci lega il suo destino; a Enrico Ventimiglia si deve il primo nucleo dell’Osterio magnodi Cefalù e il restauro del soffitto del Duomo; fu lui a guidare, durante la guerra del Vespro (1282-1302), il partito svevo-aragonese nella guerra contro gli Angioini.
1338-54, la contea è confiscata ai Ventimiglia e assegnata ai rivali Chiaramonte per una presunta disobbedienza di Francesco I al sovrano aragonese.
1419, con Giovanni I Ventimiglia la contea è elevata a marchesato e la capitale trasferita a Castelbuono; per le numerose battaglie vinte come capo dell’esercito catalano, nel 1422 Giovanni diventa Vicerè di Napoli e di Sicilia. Nel 1430, Alfonso d’Aragona dà ai Ventimiglia il diritto di piena giurisdizione penale nella sua contea.

Attraversata ancora dai falconi addestrati da Federico II, l’antica capitale dei Ventimiglia è una finestra aperta sul passato e all’aria fresca di montagna. Le campane della chiesa palatina non annunciano più la morte del conte, ma la finestrella con arco trilobato nel castello, l’impronta normanna, l’affresco tardo gotico, le raffinate Madonne nelle chiese, scolpite nei loro marmi policromi, e gli ignoti intagliatori con la loro galleria lignea di santi patroni, ci riportano alle profondità dell’origine, ai reliquari della nostra devozione. Quando il grano indora le spighe, sui pianori delle Madonie, sembrano accendersi di luce anche i vecchi argenti conservati nella sacrestia, e tra i ruderi e le mura rotte è possibile, nei giorni belli, guardar giù fino alle isole Eolie.

Chi dal mare di Cefalù sale verso la montagna per una visita ai paesi del Parco Regionale delle Madonie, dopo Castelbuono attraversa una magnifica sughereta e si trova di fronte l’immagine di un gruppo di case dominato dai ruderi di un castello.  Geraci Siculo, adagiato sulla schiena rocciosa di un colle, ha una struttura urbanistica di strade strette e tortuose, vicoli e cortili, dove ancora è evidente l’impronta medievale.

La visita al borgo può iniziare dal bevaio della Santissima Trinità, fatto costruire dal marchese Simone Ventimiglia sulla base di un rettangolo di 20 mt. di lunghezza con due fontane laterali in pietra. Da lì si percorre l’acciottolata via Biscucco per arrivare al castello di probabile origine bizantina, che sotto i Ventimiglia divenne una fortezza militare. Domina sulle rovine, sugli angoli mozzati delle torri e gli squarci nelle feritoie, la chiesa di Sant’Anna, la cappella palatina dei Ventimiglia, dove era custodito sin dal 1242 il teschio di Sant’Anna, poi trasferito a Castelbuono.

Subito più in basso è la chiesa di San Giacomo, dove si conservano un prezioso crocefisso ligneo quattrocentesco, un affresco in stile bizantino (sec. XV) e la statua lignea del santo, cinquecentesca. Percorrendo le viuzze medievali si arriva al palazzetto nobiliare in Largo Greco e infine in piazza del Popolo, il salotto di Geraci, su cui si affacciano la chiesa del Collegio di Maria (del 1762, a una navata) e la chiesa Madre.

La chiesa Madre di Santa Maria Maggiore, consacrata nel 1495 ma di realizzazione più antica, come si desume dal portale della metà del XIV sec., è ricca di opere di grande interesse, come il fonte battesimale in marmo alabastrino della bottega dei Gagini (metà del XVI sec.) e altre splendide statue di marmo della stessa bottega raffiguranti le Madonne della Neve, della Mercede e con il Bambino, nonché le statue in legno di ignoti intagliatori siciliani del XVII e del XVIII sec. Monumentale è il Coro ligneo del 1650, così come degna di nota è l’Annunciazione databile alla fine del cinquecento e attribuita a Jacopo da Empoli, allievo del Vasari. Da visitare, inoltre, il tesoro esposto nella cripta, che raduna importanti suppellettili liturgiche d’oro e d’argento – tra cui un raffinato ostensorio, opera trecentesca di oreficeria toscana – e numerosi paramenti sacri finemente ricamati.

Continuando per corso V. Emanuele si incontra la chiesa di Santo Stefano con il suo caratteristico campanile a conci policromi. E’ a pianta ellittica e risale alla fine del settecento. Conserva una pregevole scultura lignea di ignoto autore raffigurante Santo Stefano (sec. XV) e una tela attribuita a Giuseppe Salerno (1609), uno dei due artisti madoniti soprannominati lo Zoppo di Gangi.

Un altro itinerario per gli amanti dell’arte può partire, alla periferia nord del paese, dalla chiesa di San Bartolomeo, dove il solito anonimo ma esperto intagliatore ha scolpito nel legno policromo il santo cui è dedicata la chiesa (sec. XVII). Superbo, qui, è il polittico marmoreo sull’altare maggiore (metà del sec. XVI). La bottega dei Gagini offre un altro capolavoro in marmo policromo nel trittico dell’altare maggiore della chiesa di Santa Maria La Porta, costruita nel 1496, che si trova poco oltre, sulla via San Bartolo. Al trittico si somma in questa chiesa un’altra eccellente scultura in marmo, la Madonna con il Bambino, attribuita a Domenico Gagini (1475). Si devono a maestri siciliani le sculture di legno dipinto; notevole e drammatico è il Cristo crocefisso, scultura lignea del XVII sec.; anche la Madonna in trono col Bambino ritorna: questa volta in un affresco del XV sec.

Salendo ancora, s’incontra il Salto del Ventimiglia, un belvedere tutto di in vetro, costruito dove il conte Francesco I Ventimiglia perse la vita lanciandosi con il cavallo nel burrone sottostante; accanto è la chiesa di San Giuliano con il monastero delle Benedettine, e ancora oltre tenendo la destra si arriva in piazza Sant’Antonino con la chiesa dedicata a San Francesco. Scendendo per via Nuova si arriva a piazza Municipio, dove a destra c’è l’antica chiesa di Santa Maria della Catena.

Fuori del borgo, infine, sono da vedere la chiesa di Santa Maria della Cava, antico cenobio brasiliano di fondazione normanna (1090), che sembra emergere dal fondo del bosco come una visione d’altri tempi, col suo portale ogivale e i resti di affreschi medievali; e la piccola cappella dei Santi Cosma e Damiano con il suo portale gotico. Qui ogni anno, il 27 settembre, la funzione in onore dei due santi è anche un pretesto per trascorrere una piacevole giornata a contatto con la natura.

Guarda tutti i video sulla pagina ufficiale Youtube de I Borghi più belli d’Italia.

Piaceri e Sapori

Passeggiate, trekking, escursioni naturalistiche in montagna, birdwatching.

Sentieri montani si aprono a poca distanza dal borgo, che è inserito nel Parco Regionale delle Madonie, un’area di grande interesse naturalistico. Le montagne sono incise da profondi canaloni e presentano guglie rocciose, canyon (spettacolare quello di Gonato, sul versante di Castelbuono e Geraci) e le caratteristiche grandi doline (“quarare”) della zona centrale del massiccio. Nel canyon di Gonato ancora vive il raro avvoltoio capovaccaio, così come si trova su queste montagne l’altrettanto rara orchidea dactylorhiza, che fiorisce tra marzo e maggio. Splendide sono le faggete delle Madonie, come quella in zona Cixè, nei pressi di Geraci, a nord del quale si estende anche un bosco di sugheri unico in Sicilia: quando si verifica la decortica dei tronchi, il loro colore rosso contrasta in modo suggestivo con il verde dei rami.

Museo Ecclesiastico Parrocchiale, Cripta della chiesa Madre (tel. 0921 643529): paramenti sacri, reliquiari, calici, argenti e altri oggetti liturgici di inestimabile valore artistico e storico.

Polo culturale “MUSeBArch”, Ex convento dei Padri Cappuccini (tel. 0921 643042): oltre a custodire l’antica biblioteca dei frati, ospita l’Archivio Storico Comunale e il museo etno-antropologico delle Madonie.

Santissimo Crocifisso, 3 maggio: la ricorrenza religiosa più sentita dai geracesi è preceduta da un ottavario e si svolge con una lenta processione in cui ogni devoto a piedi scalzi porta un cero, in segno di ringraziamento per le grazie ricevute.

Cavalcata dei Pastori (a Carvaccata): iniziata nel Seicento si svolge ogni sette anni la terza domenica di luglio. Consiste in una sfilata a cavallo che parte dall’abitazione del “cassiere” – il più anziano e autorevole tra i pastori, un tempo il capo della comunità – e termina nella chiesa Madre dopo aver percorso le vie del paese. Montando cavalli riccamente bardati e indossando i costumi tradizionali, i cavalieri portano in offerta i cavaddruzzi e i palummeddri, animaletti di caciocavallo da loro stessi realizzati.

Giostra dei Ventimiglia, prima settimana d’agosto: si rievoca il tempo della contea dei Ventimiglia con sfilate in costumi del XIV secolo, giochi cavallereschi, esibizioni di falchi in simulazione di caccia, cucina, musica e rappresentazioni medievali, esibizioni di cavalli d’alta scuola, incontri culturali, ricostruzione d’ambienti ed esposizione di prodotti tipici nelle tende medievali.

San Bartolomeo, 24 agosto: è la festa del patrono di Geraci.

Festa della Vergine Maria Bambina, 8 settembre: le neo mamme nella chiesa di Sant’Anna, ossia nella cappella palatina, offrono dei ceci tostati ai fedeli, i quali li lanceranno sui tetti delle loro case durante i temporali, per scongiurare pericoli e danni.

Oltre alla pittrina ca fasola, castrato al sugo con la “fagiola” verde locale, meritano una menzione altri piatti a base di carne (gli squisiti sasizunedda ca addauro, polpette di carne tritata avvolti in foglie d’alloro) e di formaggio (la tuma con le acciughe e la tuma con lo zucchero). Il ragù di castrato va a condire anche il più tipico dei primi piatti, i maccarruna di casa, una pasta fresca che assomiglia a grossi bucatini. Tra i dolci, quelli di mandorle chiamati serafineddi e vuccunetta, nonché le cassate, ossia un biscotto di una pasta frolla con ripieno di marmellata di zucca o di fichi secchi.

In montagna ci sono ancora i “marcati”, luoghi dove i pastori rinchiudono gli armenti e producono i formaggi – ricotta, caciocavallo, il formaggio primosale ripieno di acciughe salate alla brace – che sono dunque ottimi. Come le olive e i pomodori essiccati al sole da mangiare con cubetti di pecorino stagionato arrostiti sulla brace. Solo qui, inoltre, cresce un fagiolo verde largamente usato in cucina, ad esempio con un sugo di carne e patate nel piatto che si chiama a pittrina ca fasola. Al di là della gastronomia, infine, sono apprezzabili l’artigianato del legno, quello del ferro (lavori in ferro battuto) e i ricami.